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Studio: l’Europa antica era un mosaico di foreste e spazi aperti

AutoreTeam editoriale Oggi, 02:23 0
Studio: l’Europa antica era un mosaico di foreste e spazi aperti
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In breve
  • Per oltre 20 milioni di anni, i paesaggi europei sono stati un mosaico di alberi, spazi aperti e praterie, non una foresta ininterrotta.
  • I ricercatori hanno messo a confronto pollini, resti vegetali, carbone, fossili, tracce chimiche e DNA antico.
  • Gli autori avvertono che puntare su foreste fitte nei programmi di ripristino della natura potrebbe non tenere conto della storica varietà degli habitat.

Cosa ha rivelato la ricostruzione degli antichi paesaggi europei

L’immagine di un’Europa preistorica ricoperta da foreste ininterrotte e dalle chiome così fitte da lasciare passare pochissima luce potrebbe essere errata. Un nuovo studio, condotto da scienziati guidati dall’Università di Aarhus, descrive il continente in modo diverso: gli alberi convivevano con spazi aperti, radure erbose e prati fioriti. Secondo lo studio, questo paesaggio non era una rara eccezione: a lungo, proprio la combinazione di diversi tipi di habitat ha caratterizzato l’Europa.

Gli autori hanno concluso che una mutevole alternanza di foreste e spazi aperti ha prevalso in Europa per oltre 20 milioni di anni. Ciò non significa che non ci fossero alberi o che tutte le regioni avessero lo stesso aspetto: si tratta piuttosto di una combinazione di vegetazione arborea, arbusti, erbe e aree con coperture di diversa densità. Lo studio mette in discussione l’idea che una foresta fitta e ininterrotta fosse la condizione abituale di partenza della natura europea prima dell’intervento umano su larga scala.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Biological Conservation e prende in esame il periodo compreso tra il Miocene e l’epoca preindustriale. Il Miocene è iniziato circa 23 milioni di anni fa, quindi l’arco temporale dello studio è notevolmente più ampio rispetto a quello di molti studi precedenti, concentrati su un passato più recente. Secondo gli autori, le fitte foreste ombrose, oggi diffuse in molte parti d’Europa, sono diventate comuni solo relativamente di recente nella storia ecologica del continente.

Come i ricercatori hanno studiato il passato

Per ricostruire il passato, il gruppo di ricerca ha raccolto un’ampia quantità di dati paleoecologici. La paleoecologia studia gli antichi ecosistemi attraverso testimonianze naturali conservate, come fossili e sedimenti. I ricercatori hanno analizzato pollini fossili e resti vegetali di dimensioni maggiori, oltre al carbone lasciato da antichi incendi naturali. Ciascuno di questi materiali offre un indizio distinto sulla vegetazione, ma da solo non è necessariamente sufficiente a ricostruire il quadro completo.

A queste prove si sono aggiunte tracce chimiche nei denti e nelle ossa degli animali erbivori, oltre a fossili di insetti e mammiferi. Il team ha studiato anche il DNA ambientale antico estratto dai sedimenti: materiale genetico lasciato dagli organismi nell’ambiente. Il confronto tra diverse fonti indipendenti ha permesso ai ricercatori di valutare non solo la composizione della vegetazione, ma anche i cambiamenti degli ecosistemi e l’influenza esercitata su di essi dagli animali.

Il primo autore dello studio, il dottorando di ECONOVO Szymon Czyżewski, ha spiegato che ogni tipo di dato illumina un aspetto diverso del passato. A suo dire, combinarli ha aiutato a distinguere con maggiore sicurezza le foreste fitte, i prati aperti e le situazioni intermedie, seguendone i cambiamenti dal Miocene all’epoca preindustriale. Questo approccio è importante per trarre conclusioni sui cambiamenti di lungo periodo: gli studi precedenti, basati su un solo metodo di ricostruzione, disponevano di un insieme di prove meno vario.

Gli erbivori come creatori di mosaici di habitat

Il quadro generale emerso dalle ricerche non si riduce a un unico paesaggio immutabile. Nel periodo considerato, la combinazione di alberi, aree prive di una fitta copertura e piante fiorite è cambiata, ma la struttura a mosaico è rimasta. Gli autori l’hanno riscontrata non soltanto in presenza di un particolare tipo di tempo o di clima: paesaggi simili esistevano sia in condizioni temperate, paragonabili a quelle attuali in molte parti d’Europa, sia nei periodi più caldi o più freddi.

Gli spazi aperti e soleggiati favorivano le specie che faticano a vivere sotto una chioma fitta. La descrizione dello studio osserva che in questi habitat prosperavano uccelli e farfalle, mentre prati e radure offrivano opportunità a erbe e fiori selvatici. Allo stesso tempo, le aree alberate continuavano a offrire spazio agli organismi legati alle foreste. La conclusione dello studio, quindi, non è un invito a sostituire le foreste con i prati, ma indica che la varietà delle condizioni era di per sé una caratteristica importante degli antichi ecosistemi europei.

In questo quadro, un ruolo particolare era svolto dai grandi animali erbivori. Nell’antica Europa vivevano elefanti, rinoceronti, uri e bisonti; nutrendosi di vegetazione e smuovendo il suolo durante i loro spostamenti, contribuivano a mantenere aperte alcune aree. Dove alberi e arbusti non occupavano tutto lo spazio, potevano crescere erbe, fiori selvatici e altre piante. In questo modo, l’interazione tra gli animali e la vegetazione sosteneva contemporaneamente diversi tipi di habitat.

Cosa implicano le conclusioni per il ripristino della natura

Questo impatto è importante anche per comprendere in che cosa gli antichi ecosistemi differissero da quelli moderni. Secondo gli autori, nell’Europa odierna manca una parte significativa dei grandi erbivori selvatici che in passato modellavano i paesaggi; inoltre, le pratiche tradizionali di pascolo si sono ridotte. Lo studio indica così il ruolo non solo del clima e degli alberi, ma anche degli animali nel mantenere aperte alcune aree. Il testo disponibile, tuttavia, non specifica quali specie o modalità di gestione concrete dovrebbero essere utilizzate oggi.

Gli autori collegano i risultati a una revisione del cosiddetto paradigma della foresta chiusa, secondo cui, prima che gli esseri umani disboscassero i terreni, la natura europea era coperta da chiome arboree quasi ininterrotte. In quest’ottica, il ripristino viene spesso inteso come il ritorno degli alberi nelle aree aperte o la piantumazione di foreste dove non ve ne sono più. I nuovi dati mettono in dubbio l’universalità di questo modello: potrebbe non tenere conto del fatto che le specie europee si sono evolute sia in ambienti aperti sia in ambienti forestali.

L’autore senior, il professor Jens-Christian Svenning dell’Università di Aarhus, sostiene che gli attuali programmi di ripristino, incentrati esclusivamente sulle foreste dense, possano danneggiare la biodiversità e discostarsi dal tipo di ecosistema storico in cui si sono formate le specie europee. Come esempio cita la Danimarca, dove, a suo dire, i sussidi vengono concessi solo per la piantumazione di foreste dense. La conclusione pratica dello studio è che occorre tenere conto dei diversi habitat, anziché considerare l’aumento della copertura forestale come l’unica misura di ripristino. Lo studio non stabilisce quali dovrebbero essere esattamente i programmi futuri.

Fonte: ScienceDaily

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